Nelle prime due parti ho parlato di fisica, costi e manutenzione, cioè dei motivi per cui un datacenter in orbita è difficile. In questa terza e ultima parte guardo a cosa c’è davvero oggi, e a cosa secondo me sta succedendo dietro agli annunci.
La Corsa#
Ho già cominciato qua e là a citare alcuni dei personaggi di questa storia agli albori: SpaceX, Google, Starcloud, Cina. Tuttavia, dopo la fisica, i soldi e i problemi di manutenzione, è il momento della domanda definitiva: ma oggi, cosa c’è?
E la risposta è: molto poco. Tante parole, tanti annunci, tanti posizionamenti, poca ciccia. O almeno, poca ciccia per, come si dice, i tecniconi come me.
Talmente poco, che posso fare un elenco puntato, cercando di distinguere la montagna di fumo negli occhi del marketing da cosa sta venendo veramente fatto.
- Starcloud: ad ora hanno inviato un satellite con una GPU (H100 di Nvidia) per elaborazione AI come PoC (https://www.datacenterfrontier.com/site-selection/article/55337494/starcloud-launches-orbital-ai-data-center-with-nvidia-h100-gpu). Un PoC di successo (addestramento di un modello NanoGPT a bordo inizialmente, ma anche contratti di inferenza da immagini satellitari), ma pur sempre solo un PoC. L’azienda, apparentemente, è finanziata anche da Nvidia.
- Il modello iniziale del whitepaper del 2024 (https://starcloudinc.github.io/wp.pdf) di Starcloud prevedeva un unico gigantesco satellite, 4km x 4km tra pannelli solari e dissipatori, per avere un datacenter da 5GW, paragonabile a un datacenter attuale sulla terra. Ora invece, pur senza aver cambiato il suo claim originale sul sito, sembra che abbia richiesto l’autorizzazione per mandare 88.000 satelliti in orbita bassa. Le fonti qui si contraddicono: la domanda FCC per gli 88.000 satelliti dichiara lo stesso obiettivo di 5GW, quindi sarebbe cambiata l’architettura e non il traguardo, mentre altre analisi del 2026 descrivono ancora Starcloud come stazione modulare. In ogni caso, i singoli satelliti immagino saranno meno potenti.
- L’azienda sembra avere in programma un secondo lancio entro fine 2026 e dei clienti che partono a inizio 2027. Direi che si tratta di una azienda attiva e funzionante, seppur in un ambito pionieristico.
- Lonestar Data Holdings: azienda interessante che punta a mettere storage per backup e disaster recovery sulla Luna e nello spazio (https://www.lonestarlunar.com/). Non potenza di calcolo, ma comunque datacenter. L’idea originale era di sfruttare le future infrastrutture Artemis per portare questo servizio commerciale, ma credo che stia andando avanti ora indipendentemente da Artemis visti i problemi. Inoltre al 2026 sembra aver spostato il focus dalla Luna allo spazio, con una serie di satelliti con ampio storage che dovrebbero in teoria funzionare come Data Embassy, mantenendo cioè la residenza del dato di chi è il proprietario (se il dato lo scrive il governo della Florida, i dati rimangono suoi, ad esempio; ne ho parlato meglio qui: Ripensare Sovranità e Resilienza del Cloud).
- A inizio 2024 con la missione “Independence” ha mandato un primo PoC sulla Luna, con cui ha testato il funzionamento della trasmissione dati, riuscendo a scrivere e leggere correttamente la dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti. A inizio 2025 ha mandato un vero disco SSD da 8TB e hanno fatto una serie di test (nonostante i problemi col lander, che si è ribaltato). Non sono ad ora previsti altri lanci per questo progetto.
- Al 2027 sono previsti due diversi lanci per il programma StarVault: uno in orbita bassa (https://www.linkedin.com/pulse/first-orbital-sovereign-ai-model-alex-wissner-gross-jacdc/) e uno (parte di una costellazione di 6 satelliti) in orbita al punto lagrangiano L1 con una capacità di 15 PB che man mano dovrebbe crescere (https://www.fierce-network.com/cloud/moon-next-frontier-data-center-cowboys).
- I piani a lungo termine sono ambiziosissimi (forse troppo, sembra più marketing spettacolare): datacenter nei punti lagrangiani L4 e L5, sulla Luna nei tunnel di lava (https://spectrum.ieee.org/data-center-on-the-moon).
- Idea interessante, hanno riadattato il piano dalla Luna allo spazio, forse un po’ troppo wishful thinking.

- Axiom (ma anche Kepler): qui si intersecano due livelli, di cui ora provo a sbrogliare le interazioni.
- Da quel che ho capito, Kepler vuole mettere in orbita delle specie di ripetitori o router ottici che facilitano la comunicazione tra satelliti. A bordo di ogni satellite c’è anche dell’hardware di calcolo, sembra 4 moduli Jetson Orin per satellite (https://www.nvidia.com/en-us/autonomous-machines/embedded-systems/jetson-orin/). Si tratta di schede IA embedded, con una buona potenza di calcolo, ma sicuramente siamo lontani dai datacenter. A gennaio 2026 sono stati messi in orbita i primi 10 satelliti (https://kepler.space/kepler-successfully-launches-first-tranche-of-optical-relay-satellites/).
- Contemporaneamente Axiom sta lavorando al suo “Orbital Data Center” (ODC - https://www.axiomspace.com/orbital-data-center), che pensa fin dall’inizio come distribuito e con diversi nodi. Dopo alcuni “test”, Axiom ha comprato da Kepler la potenza di calcolo in questi satelliti per ospitare il suo workload, cioè i primi due nodi del suo Orbital Data Center (https://www.axiomspace.com/release/axiom-space-to-launch-orbital-data-center-nodes-to-support-national-security-commercial-international-customers). Il terzo nodo, pianificato per il 2027, sarebbe installato sulla ISS. Ulteriori espansioni sono previste negli anni successivi, senza date.
- Nonostante la piccola dimensione, mi sembra essere in Occidente la cosa più seria, pratica e avanzata. Per i prossimi anni a meno di rivoluzioni (vedi SpaceX Starship), credo che l’evoluzione sarà in direzioni simili.
Interessante che il primo esperimento è stato uno Snowcone di AWS portato sulla ISS nel 2022 - https://aws.amazon.com/it/blogs/aws/how-we-sent-an-aws-snowcone-into-orbit/. Siamo onesti, poco più di un gioco e di marketing, ma è comunque un bell’esperimento per capire se la latenza poteva essere un problema.
- Three-Body Computing Constellation: si tratta di 12 satelliti (https://spacenews.com/china-launches-first-of-2800-satellites-for-ai-space-computing-constellation/), lanciati dalla società commerciale ADA Space/Guoxing Aerospace, che costruisce le piattaforme satellitari, e operati da Zhejiang Lab, un istituto di ricerca semi-statale, per quel che ho capito co-fondato dal governo dello Zhejiang, dall’università di Zhejiang e da Alibaba, che si occupa dei modelli AI a bordo. Hanno per non so quale ragione due narrazioni diverse: per lo Zhejiang Lab è infrastruttura di ricerca, per ADA Space/Guoxing Aerospace è lo “Star-Compute Program”.
- I 12 satelliti sono stati testati estensivamente per 9 mesi, e il collegamento di rete tra satelliti è stato dimostrato tra 6 di loro; sono previsti altri lanci per il 2026, ma l’uso commerciale su scala (mille satelliti) è pianificato entro il 2030.
- Hanno a bordo 10 modelli AI validati in orbita; ADA Space ha inoltre lanciato a marzo 2026 un prodotto cloud commerciale rivolto alle imprese chiamato “Prometheus”, anche se dalla fonte non è chiaro se e come le due cose siano collegate (http://www.china.org.cn/2026-04/26/content_118463824.shtml).
- C’è stata anche una dimostrazione (prendiamola quindi per quello che è: una dimostrazione) dove è stato pilotato un robot umanoide attraverso invocazioni in linguaggio naturale elaborate su satellite (https://www.news.cn/tech/20260408/b0b6a0ccd4f14902b7c31383215ffdf4/c.html).
- Siamo chiari: al momento il blocco cinese sembra essere più avanti rispetto a quello americano, con una costellazione funzionante e un prodotto cloud commerciale già lanciato (un cloud spaziale, incredibile). Due cautele però. La prima: le fonti su Prometheus e sulla dimostrazione sono di Stato (Xinhua, china.org.cn) e non ho trovato verifiche indipendenti. La seconda: sembra essere poco più di un prototipo, dodici satelliti sono qualcosa, piccolo ma qualcosa; le scale di cui si parla sono però radicalmente diverse.
Tutti gli altri, signori, stanno per ora chiacchierando. Grandi chiacchiere, qualche documento, ma soprattutto POSIZIONAMENTO. Eh sì, perché un punto importante non l’abbiamo detto fino ad ora. Perché questi datacenter orbitali possano essere convenienti, devono poter utilizzare delle particolari orbite polari che permettono ai pannelli solari di essere esposti al sole quasi ininterrottamente. Queste orbite sono poche, e possono ospitare un numero limitato di satelliti. E questo spiega la gran parte dei grandi annunci e le richieste di prenotazione per migliaia e milioni di satelliti nelle orbite più adatte. Di fatto, SpaceX col suo milione di AI1, Blue Origin col suo Project Sunrise da 51.600, Orbital Inc e i 100.000 satelliti, Starcloud e gli 88.000, sono tutti la stessa cosa: tentativi di accaparrarsi il più possibile di una risorsa scarsa. Peraltro, commento mio, senza tenere conto dell’Europa (che è però come sempre e come per tutto ciò che è tecnologia di frontiera, lontanissima), e soprattutto della Cina, che hanno i loro piani. Per questo, ho deciso di darci un peso limitato: sono grandi numeri, ma nessun piano pratico di azione.

Attenzione a non fraintendere quel che intendo. Il fatto che tutte queste aziende abbiano presentato queste montagne di domande è rilevante in sé e per sé, è una manifestazione di quanto si pensa, ad ora, che quelle orbite siano fondamentali. Quello che credo (opinione mia per carità, sono aperto a cambiare idea quando vedrò qualcosa) è che per la maggior parte si tratti di progetti grandiosi creati in fretta e furia al fine di depositare la domanda e quindi riservarsi le orbite, non per riservarsi le orbite così da poter mettere i propri progetti grandiosi.
Le prenotazioni orbitali sono gestite da un ente sovranazionale parte dell’ONU, l’ITU (International Telecommunication Union - https://www.itu.int/en/mediacentre/backgrounders/Pages/Non-geostationary-satellite-systems.aspx) che forse i più sistemisti di voi conosceranno già per la sua sezione ITU-T che si occupa di standardizzare le telecomunicazioni (X.509 utilizzato per i certificati, H.264 per la compressione dei video, XGS-PON per le comunicazioni in fibra ottica).
Le domande a questo ente, da quel che ho letto, devono essere presentate dai vari enti spaziali nazionali. Tutte quelle grandi aziende americane hanno mandato la richiesta alla FCC, che le sta valutando e poi le deve inoltrare all’ITU-R, la sezione dell’ITU che si occupa di radiocomunicazioni e quindi anche delle orbite in cui mettere i satelliti.
Da quel che ho capito, nessuna domanda di questo tipo per questa orbita a oggi (ottobre 2026) è stata ancora inoltrata, e solo poche sono state effettivamente depositate.
La Realtà#
Se siete arrivati fino a qui avrete capito la mia opinione ormai. Credo che tutta questa storia dei datacenter nello spazio a breve (3 anni secondo le parole di Musk) sia nel migliore dei casi un sogno e nel peggiore un gigantesco specchietto per allodole che nasconde l’obiettivo vero di riservarsi le orbite per il futuro, con probabilmente un po’ di caos buttato dentro a dosi generose per giustificare i giganteschi finanziamenti dell’IA. Probabilmente la realtà è un qualcosa che contiene dosi edulcorate di tutti questi temi e di altri che mi saranno inevitabilmente sfuggiti.
Quel che c’è di vero è che effettivamente si sta mettendo sempre più potenza di calcolo nello spazio. Ma la si sta mettendo nel punto in cui dà più vantaggio, cioè nell’elaborazione dei dati grezzi su satellite invece che a terra. La ragione è ancora una volta un limite fisico leggermente diverso da quelli che ho citato nella prima parte: la velocità di trasmissione dati da satelliti a terra è molto bassa, e la cosa è peggiorata dal fatto banale che i satelliti girano e quindi si connettono alla stessa stazione a terra (che invece è fissa) per poco tempo, diciamo tra 5 e 7 minuti in media, su un’orbita che dura circa 90-100 minuti.
Velocità di Banda#
La velocità di comunicazione standard dei satelliti di osservazione terrestre è nell’ordine dei 350-520 Mbit/s (Landsat 8: 384 Mbit/s - https://www.usgs.gov/publications/design-and-implementation-next-generation-landsat-satellite-communications-system; Sentinel-2: 520 Mbit/s). Ogni satellite va più lento di una buona connessione casalinga che in Italia posso prendere con un abbonamento da 30 euro al mese (dai, diciamo se abito in città). Se parliamo di satelliti di ricerca più lontani cala ancor di più.
Questa velocità bassa viene gestita ovviamente. Generalmente si dimensionano le missioni e i dati raccolti dal satellite, per fare in modo che possano essere tutti trasmessi a terra, oppure si comprimono i dati (Sentinel-2 fa così ad esempio - https://dataspace.copernicus.eu/data-collections/copernicus-sentinel-missions/sentinel-2), oppure si fanno pre-elaborazioni direttamente sul satellite (la missione Gaia, ad esempio, ritaglia automaticamente l’immagine solo intorno alla stella osservata).
La situazione sta migliorando. Ci sono nuove tecnologie e sperimentazioni, prima tra tutte la tecnologia di comunicazione ottica di Starlink, che con un laser permette a satelliti di terzi di agganciarsi alla rete Starlink fino a 25Gbit/s e fino a 4000km di distanza (i link tra i satelliti Starlink stessi arrivano a 200Gbit/s - https://starlink.com/technology), che fa il paio con la tecnologia Starlink V3 che permette di trasmettere a terra 2048 fasci di comunicazione fino a 1Tbit/s. Si tratta di comunicazioni consumer, ma comunque è un bel salto in avanti. La NASA sta facendo sperimentazioni e indice bandi per trovare metodi migliori. Siamo comunque ancora lontani dalle velocità di trasmissione a terra.
In questo contesto un forte potenziamento dell’elaborazione a bordo sta prendendo piede, generalmente con l’idea di fare pre-elaborazioni a bordo del satellite che permettano di individuare in fretta segnali interessanti oppure di tagliare informazioni inutili. Alcuni esempi pratici, riportati proprio dall’ESA (https://commercialisation.esa.int/?p=2553 - del 2022 ma i casi d’uso possono essersi solo estesi):
- nei satelliti che osservano la terra, scartare subito le immagini coperte da nuvole. Secondo ESA oltre il 30% delle immagini Sentinel-2 è coperto da nuvole (https://en.wikipedia.org/wiki/Phi-Sat-1, che cita il documento ESA): accorgersene vuol dire aver tagliato un terzo o più dei dati trasmessi.
- nei satelliti che cercano tracce termiche per l’individuazione di incendi, non si manda l’immagine o le immagini grezze ma solo le coordinate o la mappa. Si passa da megabyte, gigabyte o più a kilobyte con singole informazioni precise (OroraTech fa esattamente questo: https://fireandsafetyjournalamericas.com/ororatech/).
In generale, la potenza di calcolo veramente portata in orbita risponde all’esigenza generale di elaborare in orbita dati prodotti in orbita.
In Conclusione#
Sarò onesto: la storia dei datacenter nello spazio è stata una scusa per immergermi nuovamente in un ambito che mi ha affascinato moltissimo fin da bambino ed esplorare come è cresciuto, come si è evoluto, viaggiare con la mente nello spazio di fianco a un satellite; ma farlo con la mente di me adulto, che cerca di capire meglio la realtà, cerca di capire come problemi concreti e banali plasmano la crescita e l’evoluzione di un ambito, e di come l’informatica si trasforma quando si scontra con ambienti e situazioni particolarmente diverse.
Eseguire calcoli nello spazio è già realtà da molto tempo, solo in modi particolarmente precisi (appunto, il calcolo edge), tuttavia l’umanità sta pian piano risolvendo o mitigando tutti i problemi che ci hanno limitato finora. E se mettere un datacenter nello spazio è una realtà sicura ma probabilmente 20 anni nel futuro, è altrettanto sicuro che a quel futuro ci stiamo arrivando, un piccolo problema risolto alla volta.
